A Translation from La Tregua

From the chapter called “The Dreamers” in Primo Levi’s La Tregua:

In the evenings — those long Polish evenings — the air of our quarters, already heavy with tobacco and human odors, became saturated with crazy dreams. This is the first fruit of exile and uprootedness: the unreal prevails over the real. Everyone dreamed, dreams of the past and of the future, of slavery and redemption, of improbable paradises, likewise of mythical and far-fetched enemies: cosmic enemies, perverse and subtle, ubiquitous, ambient, like the air. Everyone, with the exception perhaps of Cravero, and certainly of D’Agata.

D’Agata had no time to sleep, because he was in the grip of terror: bedbugs. Naturally, none of us were exactly fond of these troublesome companions, but we had all grown accustomed to them. They were not few or far between, but a little bug regimen, which had invaded all our bunks with the arrival of spring. By day, they nested in the crevices of the walls and in the wooden bedframes, and they would not set out on a raid until the comings and goings of the day had ceased. We were all resigned to surrender a little portion of our blood, even to do so willingly; it was less easy to get used to feeling them steal across your face and all over your body, underneath your clothing. Only those who had the good fortune to enjoy a heavy slumber, and who succeeded in losing consciousness before they awoke, could sleep in peace.

D’Agata, who was a little man, a Sicilian bricklayer, sober, reserved, and fastidious, had been reduced to sleeping during the day. He spent nights stretched out on his bed, watching all around, his eyes huge from the horror, the vigil, the spasms of attention. In his hand, he tightly grasped a gadget fashioned from a stick and a piece of wire mesh, and the wall next to him was covered with a lurid constellation of bloody stains.

At first these habits of his were the target of mockery: was his skin so much thinner than ours? But then pity took over, mixed with a trace of envy, because among us all, D’Agata was the only one whose enemies were concrete, present, tangible, and could be drawn into combat, struck, and squashed against the wall.

Nelle lunghissime sere polacche, l’aria della camerata, greve di tabacco e di odori umani, si saturava di sogni insensati. È questo il frutto piú immediato dell’esilio, dello sradicamento: il prevalere dell’irreale sul reale. Tutti sognavano sogni passati e futuri, di schiavitú e di redenzione, di paradisi inverosimili, di altrettanto mitici e inverosimili nemici: nemici cosmici, perversi e sottili, che tutto pervadono come l’aria. Tutti, ad eccezione forse di Cravero, e certamente di D’Agata.

D’Agata non aveva tempo di sognare, perché era ossessionato dal terrore delle cimici. Queste incomode compagne non piacevano a nessuno, naturalmente; ma tutti avevamo finito col farci l’abitudine. Non erano poche e sparse, ma un esercito compatto, che col sopraggiungere della primavera aveva invaso tutti i nostri giacigli: stavano annidate di giorno nelle fenditure dei muri e delle cuccette di legno, e partivano in scorreria non appena cessava il tramestio del giorno. A cedere loro una piccola porzione del nostro sangue, ci saremmo rassegnati di buon grado: era meno facile abituarsi a sentirle correre furtive sul viso e sul corpo, sotto gli abiti. Potevano dormire tranquilli solo quelli che avevano la fortuna di godere di un sonno pesante, e che riuscivano a cadere nell’incoscienza prima che quelle altre si risvegliassero.

D’Agata, che era un minuscolo, sobrio, riservato e pulitissimo muratore siciliano, si era ridotto a dormire di giorno, e passava le notti appollaiato sul letto, guardandosi intorno con occhi dilatati, dall’orrore, dalla veglia e dall’attenzione spasmodica. Teneva stretto in mano un aggeggio rudimentale, che si era costruito con un bastoncello e un pezzo di rete metallica, e il muro accanto a lui era coperto di una lurida costellazione di macchie sanguigne.

In principio queste sue abitudini erano state derise: aveva forse la pelle piú fina di noi altri? Ma poi la pietà aveva prevalso, commista con una traccia di invidia; perché, fra tutti noi, D’Agata era il solo il cui nemico fosse concreto, presente, tangibile, suscettibile di essere combattuto, percosso, schiacciato contro il muro.

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